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L'OpinioneLe gabbie mentali della destra e della sinistraIn generale si pensa che chi si dichiara di destra sia un tradizionalista, amante dellagerarchia, dell’ordine e del merito, tendenzialmente militarista, il tutto condito da un certo machismo. L’uomo di sinistra invece si considera intellettuale, populista e pacifista, assertore della bontà intrinseca dell’uomo. In realtà entrambi sono prigionieri di schematismi molto simili. All’interno di entrambi i sistemi vi sono persone che necessitano disperatamente di una guida, di un modello da seguire rigidamente, in pratica di qualcuno che pensi per loro. All’interno di entrambi gli schieramenti vi sono anche persone che si interrogano sul significato delle proprie azioni, senza sentirsi gratificati dall’omologazione con gli altri. La vera differenza è fra coloro che amano pensare e coloro che amano seguire. Le altre posizioni sono solo di circostanza. Il pacifismo della sinistra ad esempio è sempre stato sponsorizzato dall’Unione Sovietica, quando esisteva, e quindi indirizzato all’antiamericanismo, sorvolando ad alta quota quindi sulla militarizzazione esasperata della società sovietica. Chi all’interno della sinistra ufficiale, rappresentata in Italia dal PCI, trovava difficile giustificare ad esempio il pugno di ferro dell’URSS in Ungheria e Cecoslovacchia, si scontrava con la posizione del partito riassunta dalla frase attribuita a Togliatti “quando si sta da una parte, si sta anche se non si approva”. Anche all’esterno del PCI il pacifismo cozzava col militarismo rivoluzionario, da Che Guevara alle brigate rosse. La destra estrema invece non è mai riuscita a simpatizzare con le dittature militari sovietica e cinese, che pure hanno molti tratti in comune con le dittature di destra, culto della personalità compreso. Anche in questo caso solo per motivi di schieramento. La destra in Italia ha sempre avuto il fascismo come punto di riferimento e non ha saputo produrre un modello alternativo. Il fascismo è stato tutto e il contrario di tutto: è stato rivoluzionario e reazionario, populista e capitalista, monarchico e repubblicano, nazionalista e internazionalista. Mussolini era uno che si fidava del suo istinto e navigava a vista. Morendo ha lasciato orfani e senza guida i suoi epigoni, mentre i nostalgici del comunismo hanno a loro disposizione una voluminosa letteratura, a cominciare dal capitale di Marx, che gli da l’illusione di avere delle basi più solide. In campo economico le cose sono ancora più complicate. Dopo la caduta del muro di Berlino, il socialismo reale e la sua politica economica programmata risulta morto e, a buon senso, non resuscitabile. Era già ampiamente superato, avendo mostrato tutti i suoi limiti, a chi li voleva vedere, compresa l’illusione che fosse una forma di autogestione del popolo e che l’autogestione del popolo fosseFF una forma di governo, non solo possibile, ma anche perfetta. Prima del 1989 il socialismo si contrapponeva al capitalismo, che riteneva che il mercato potesse supplire a tutti i bisogni dell’umanità nel migliore dei modi, essendo un equilibrio ideale delle necessità e capacità individuali. Il punto è che socialismo e capitalismo sono figli dello stesso padre, il positivismo ottocentesco, e non sono poi così diversi, visto che entrambi accettano la logica demenziale della crescita continua. Con la caduta del socialismo anche il capitalismo mostra la corda, ma viene salutato come vincitore, non vedendosi possibili alternative ed anche la sinistra deve adeguarsi. I duri e puri continuano a credere, se non proprio nella dittatura del proletariato, almeno nel sol dell’avvenire, ritenendo storpiato il messaggio marxista, dalle varie repubbliche socialiste, URSS in testa. I moderati non si ritengono più rivoluzionari e si sono autodefiniti riformisti. Accettano il libero mercato e ne vagheggiano una forma collettiva, per cui credono nelle cooperative come forma di capitalismo ideale senza padroni. Ora è innegabile che le cooperative di sinistra abbiano raggiunto traguardi considerevoli in Italia, sono traguardi raggiunti però grazie ad un enorme contributo economico dell’URSS e grazie alla negazione, al loro interno di quei diritti ritenuti sacrosanti dai sindacati nelle aziende concorrenti. Da un punto di vista ideologico né la destra, né la sinistra hanno molto da teorizzare e vivono di nostalgie di idee passate e di patetici simboli arrugginiti e datati, incapaci di capire perchè non hanno funzionato. La destra si limita a constatare il fallimento del socialismo e quindi ad accettare le logiche feroci del capitalismo. La sinistra, constatato anch’essa il fallimento del socialismo, s’inventa un improbabile capitalismo popolare. Entrambe si riempiono la bocca della parola “libertà”, uno dei concetti più elastici mai creati dalla mente umana, che si adatta ad ogni credo e va bene in ogni circostanza. I nemici della libertà sono sempre gli altri. Niente che faccia palpitare cuori adolescenti da gettare oltre l’ostacolo. Il sogno, l’incubo e il delirio di ogni adolescente è quello di trovare un lavoro, ed è l’unica cosa che chiede alla politica. Non sogna più un mondo migliore, vuole un lavoro. L’ideale di libertà è il lavoro. Arbeit macht frei. Il motto dei campi di sterminio nazisti e la realtà che nascondeva sono il miglior riassunto del mondo moderno e della sua economia. Un discorso a parte meritano i verdi. Partiti teoricamente col piede giusto, considerare le risorse reali del pianeta più importanti dei valori fittizi della finanza, si sono rivelati subito figli dei luoghi comuni degli intellettualoidi al caviale degli anni sessanta e settanta. Questi figli dei figli dei fiori, con arrogante intransigenza, hanno sposato i modelli economici e politici della sinistra estrema, antiamericanismo e lotta di classe in testa, con la visione della natura di Walt Disney. Ma quale sarebbe oggi l’economia ideale della sinistra moderata? L’economista James Meade, teorizza un mondo fatto da aziende in parte possedute da soci di capitale e in parte da soci lavoratori che , anziché percepire un salario si spartiscono gli utili. Praticamente delle società in accomandita. Viene poi fulminato dal dubbio che i lavoratori non preferiscano uno stipendio fisso anziché degli utili incerti e risolve la cosa proponendo una entrata extra per i lavoratori garantita dallo Stato. Ecco riapparire il fantasma delle tasse che ridistribuiscono il reddito. Come tutti i teorici dimentica alcuni aspetti fondamentali, ad esempio che le aziende, in un libero mercato, possono anche non guadagnare nulla o addirittura PERDERE! e che c’è qualche difficoltà a gestire una azienda di migliaia di persone senza una scala gerarchica (immaginate la FIAT decidere con assemblee di fabbrica il lancio di una nuova auto e quale stabilimento dovrebbe produrla). Inoltre accetta anche lui l’idea di una economia in perenne crescita. Fare una critica a Meade esula dai nostri scopi, le sue idee devono essere sembrate geniali a qualcuno se gli hanno dato il Nobel nel 1977. Il Nobel in economia però, più ancora che in altri campi, è un concetto politico. Il plauso per Meade e il fatto che per molti rappresenti ancora oggi la terza via tra capitalismo e comunismo, si spiegano con la boccata di ossigeno morale che le sue idee danno a chi non vuole abbandonare la falce e il martello mentre investe in Borsa. Intendiamoci, Meade e le sue idee sono del tutto sconosciuti alla maggior parte di loro, la cosa che più sorprende è che proprio la sinistra riformista è quella che si presta di più al gioco degli organismi monetari internazionali. E’ giunta l’ora di abbandonare questi schematismi bolliti e ormai insignificanti e creare un’idea sociale ed economica nuova, senza collocazione politica e senza pagare pedaggi ideologici al passato.
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