L'Opinione

La globalizzazione e le politiche economiche

Come si è visto ormai il mondo politico è dominato dal mondo finanziario. Gli
uomini politici, non solo italiani, devono rendere conto del loro operato alle
cosiddette autorità monetarie.prima ancora che ai loro elettori. E nessuno sembra
trovarci niente di strano. La globalizzazione ha accentuato questo fenomeno. Come
l’euro anche la globalizzazione è un falso amico. Viene presentata come libertà di
commercio mondiale senza limitazioni. In realtà la libertà di movimento riguarda i
capitali finanziari che possono liberamente continuare i loro pazzeschi rimbalzi sui
mercati mondiali alla ricerca dell’investimento più fruttuoso, continuando il delirio
parossistico della crescita economica irresponsabile già descritto. La globalizzazione
ha anche un’altra funzione, mettere tutto il mondo sotto il potere di
quell’orrendo padrone che è il mercato finanziario.
I costi produttivi devono essere i più bassi possibili, quindi la produzione si sposta in
quei Paesi dove la manodopera costa meno, trasferendosi immediatamente altrove
quando questa aumenta. Ovviamente dove ci sono bassi costi di manodopera c’è
anche poca capacità di spesa quindi i prodotti vanno venduti altrove e il mercato
rende di più. Da qui nasce la necessità della cosiddetta “libera circolazione delle
merci e dei capitali”.
Quello che succede è un che una massa di denaro, solitamente straniero, inonda un
Paese quando vi sono le circostanze ottimali e ne favorisce la crescita, al tempo stesso
il valore della moneta di quel Paese viene tenuta bassa, in genere con una forte
inflazione, in modo che sia conveniente esportarne le merci altrove. L’inflazione
impedisce al Paese di beneficiare realmente dello sviluppo industriale, salvo che ad
una ristretta cerchia di speculatori, mentre l’economia si sbilancia. Si sviluppano
grandi concentrazioni urbane per produzioni di massa, quasi esclusivamente destinate
all’export, di articoli di bassa tecnologia. I prodotti tessili sono quelli che si prestano
meglio. Dove vi sono materie prime da sfruttare, agricole o minerarie, si creano
grandi latifondi per il loro sfruttamento.
Il risultato finale è una grande quantità di merci di basso costo e spesso uniformi,
perché devono adeguarsi alle produzioni di massa, che viaggiano per il mondo dai
Paesi produttori ai Paesi consumatori, con grande spreco di combustibili e
conseguente inquinamento, invertendo quello che, per millenni è stato il concetto di
commercio. In passato infatti, viaggiavano solo merci particolarmente pregiate o
introvabili nel Paese di destinazione. Qualunque Paese al mondo è in grado di
produrre una maglietta o una forchetta, che senso ha importarle dalla Cina? Avrebbe
senso se si trattasse di una lavorazione tipica, raffinata, esclusiva o con materiali poco
comuni e quindi se si trattasse di un prodotto costoso. Invece è proprio
l’economicità, spesso unita a bassa qualità, a far fare mezzo giro del mondo a
questa merce.
L’obiezione, sarebbe meglio dire l’illusione, che prima o poi i Paesi produttori
diventano anche consumatori ed alla fine si avrà un bilanciamento, è destituita di ogni
fondamento. Un meccanismo che apertamente persegue la crescita continua non può
accettare un livello di saturazione, perché è contrario ai principi su cui si basa. Per la
finanza i Paesi, quando cessano di essere sfruttabili produttivamente e non assorbono
produzione a sufficienza come consumatori, vengono semplicemente abbandonati.
Inoltre la ricerca continua dell’ampliamento del mercato del consumo, porta a
individuare produzioni a costi sempre più bassi e con una durata sempre inferiore,
vivendo in un delirio di usa e getta, con conseguente enorme problema dello
smaltimento dei rifiuti, inquinamento ed impoverimento del pianeta.
Per negare la sua incoerenza e dannosità il sistema si è dato degli organismi di
controllo, come il Fondo Monetario Internazionale, che sono, in realtà, al suo
servizio.
Il FMI è il principale responsabile del debito dei Paesi poveri dovuto alle politiche
monetarie che spesso i governi sono stati costretti a seguire dietro indicazioni del
fondo stesso.
Il caso Argentina, come Russia, Indonesia e tanti altri dimostra come siano
pelosi gli aiuti del fondo.
Gli economisti, in genere al servizio della finanza e a danno delle persone,
continuano a ripetere di padroneggiare la difficile arte del controllo delle attività
economiche, attraverso le sottili formule dell’economia politica, dosate con maestria.
Sono solo stupidaggini, gli stessi economisti ammettono ad esempio, che un aumento
dei tassi di sconto genera inflazione, mentre una riduzione non causa deflazione..
Osservano la cosa con profonde oooh di meraviglia e coniano l’immagine del carretto
tirato con un filo: se si tira il carretto segue, ma se si spinge non accade nulla.
Tuttavia non sanno spiegare la cosa, che spernacchia le loro belle teorie. Eppure il
mondo intero deve ballare la loro musica, suonata da dotte e ed autorevoli orchestre:
il FMI, il WTO, la Banca Mondiale, la BCE, la OSCE, il G7 o G8 e compagnia bella.
I risultati si vedono. Il mondo è più economicamente sbilanciato oggi che
cinquant’anni fa e andiamo sempre peggio.
Non bisogna cullarsi nell’illusione di essere al sicuro perché facciamo parte di un
Paese industrializzato e quindi di quel sesto di umanità che sfrutta gli altri cinque.
Anche all’interno delle nazioni industrializzate lo squilibrio sociale è sempre più
forte. In Italia poi, più che altrove.
Può sembrare sorprendente ma la responsabilità è in gran parte della sinistra che,
consciamente o incosciamente, ha fatto del suo meglio per distruggere il tessuto
sociale intermedio, creando solo dipendenti statali o di multinazionali, appiattiti in
basso per essere “globalmente” competitivi e una ricchissima e ristretta classe
dirigente. A margine una quantità sempre crescente di scarti, disoccupati e pensionati.
Questi ultimi considerati una sorta di costosi parassiti che dovrebbero solo spicciarsi
a morire.



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