L'Opinione

Le tasse e l'evasione fiscale

Il concetto di tassa sembra ormai talmente incrostato nella mentalità delle nazioni
occidentali a tutti i livelli che necessita più di una riflessione.
Intanto non è importante quanto lo Stato debba prelevare dalle tasche dei cittadini,
l’importante è cosa deve o vuole farci.
Il controllo sull’utilizzo delle tasse e quindi sulla congruità delle medesime è ormai
pressoché impossibile per il cittadino medio, che quindi non può che fare riferimento
a quanto dicono i partiti politici. Ma i partiti politici, soprattutto in Italia, sono troppo
coinvolti, sia perché sono direttamente o indirettamente sovvenzionati proprio dalla
spesa pubblica, sia perché sono essi stessi che la gestiscono attraverso le pubbliche
amministrazioni che controllano. Non si tratta solo di chiedere al cuoco come si
mangia nel suo ristorante: la necessità delle tasse è ferocemente sostenuta da chi ne
beneficia maggiormente e che sbandiera la pubblica utilità delle medesime e le
ricadute benefiche sulla gente, ricadute sempre filtrate da una burocrazia complessa
che costa più dei benefici.
Una delle convinzioni di gran parte della sinistra e non solo di quella, è che le tasse
abbiano la funzione di ridistribuire il reddito della nazione. Questa è una pericolosa
ed anche pelosa illusione.
Concepire le tasse come una forma di giustizia sociale non può portare che a dannose
manovre, visto che chi governa una tale giustizia non è affatto imparziale e
disinteressato, né si può sperare che lo sia, la “ridistribuzione” finirà ovviamente per
favorire gli amici degli amici. Dare a qualcuno un simile potere è un pericolo per la
società e non è affatto una necessità. Lo Stato deve occuparsi di gestire i rapporti fra i
cittadini e garantire quei servizi di pubblica utilità che non possono essere privatizzati
per antieconomicità o per conflitti di interesse.
Il sistema fiscale, in Europa, è modulato principalmente sul cosiddetto "sistema
bismarckiano", dal cancelliere prussiano Otto Von Bismarck, che lo impostò nell'800.
In pratica la protezione sociale è legata al mondo del lavoro, il lavoro diventa
elemento centrale dello stato sociale e viene pesantemente tassato come forma di
previdenza. Tra i difetti di questo sistema, che forse andava bene nell'800, molto
meno oggi, c'è quello di escludere i non lavoratori, minorenni, handicappati,
disoccupati, pensionati, dal sistema e di farne quindi delle zavorre sociali.
Un altro difetto è che le tasse gravano principalmente sul lavoro, al contrario di
quanto avviene ad esempio negli Stati Uniti, e quindi si paga per lavorare. E nessuno
ci trova niente di strano.
Ma non è questo l'unico modo in cui lo Stato grava sui cittadini, particolarmente nel
Bel Paese, dove la fantasia nostrana si grandemente sbizzarrita in campo fiscale.
Le tasse in Italia sono prelevate in maniera così perversa e contorta e mascherate in
ogni modo, definite imposte dirette, indirette o tasse sui servizi, che è ben difficile
rendersi conto non solo del loro successivo utilizzo, ma persino del loro reale
ammontare. Senza contare i prelievi che la pubblica amministrazione effettua sotto
forma di multe o sanzioni amministrative, per il mancato rispetto di norme create
proprio al solo scopo di estorcere altro denaro alla gente.
Avete mai fatto caso a quante tasse pagate?
Sono “tasse”, chiamiamo così tutte le forme di prelievo fiscale per semplicità, non
solo le imposte dirette, IRPEF e IRPEG, cioè le tasse sulle persone, quelle che in
teoria dovrebbero servire a “ridistribuire il reddito”, ma anche i versamenti INPS,
INAIL, che dovrebbero essere il corrispettivo di un servizio, così come i francobolli,
le marche, le imposte di registro, i parcheggi a pagamento, ecc.. Sono tasse sul
consumo l’IVA , l’IRAP, le imposte sui carburanti e sulle sigarette, sui rifiuti, sulle
importazioni, il canone televisivo, il bollo auto,. Sono tasse sul risparmio quelle sui
depositi bancari e sugli investimenti. Poi ci sono le tasse sulla casa, ICI in testa, che
pare particolarmente iniqua se viene applicata alla prima casa. Sono tasse anche il
costo dei servizi pubblici, acqua ,autobus, servizi cimiteriali. Incerta collocazione
hanno le spese processuali, che sono comunque prelievi dalle tasche del cittadino. Il
termine “ticket”, che in inglese vuol semplicemente dire “biglietto” è passato in
italiano ad indicare un altro fantasioso balzello.
Non c’è un solo aspetto della nostra vita, dal riposo, al lavoro al divertimento, alla
malattia ed alla morte che non sia pesantemente tassato. Persino il gioco d’azzardo è
tassato. Quanto alla scuola non ci solo le tasse scolastiche dirette, ma anche il costo
dei libri e dei necessari orpelli, sempre più stratosferici che, essendo la scuola
obbligatoria, sono di fatto altre tasse.
Aggiungiamo pure le varie forme di richiesta fondi da parte di infinite onlus,
associazioni di volontariato non a scopo di lucro. Non sono certo tasse, ma poiché le
onlus vanno a coprire carenze dello Stato o a fornire servizi che non vengono forniti,
di fatto sono altri soldi che devono essere versati per il funzionamento della
collettività.
Non dimentichiamoci delle multe e delle sanzioni amministrative, soprattutto quelle
automobilistiche, che talvolta nascondono dietro il concetto punitivo per
inadempienza contrattuale, semplicemente un prelievo extra, a sorteggio, per usi di
bilancio locale.
A quanto ammonti l’imposizione fiscale in percentuale sulla rendita di un cittadino è
oggetto di dibattito, in genere si parla del 50%, ma questo è falso perchè conta solo le
imposte sul lavoro, IRPEF e INPS in testa, ed è esclusa l'IVA. Il totale supera
certamente il 60%. e forse anche il 70%. Inoltre poiché anche il prelievo fiscale è in
qualche modo collegato al PIL ed alle sue distorsioni, il reale peso delle tasse
sull’economia e sulla vita quotidiana è tutto da appurare.
Quanto allo spreco delle pubbliche risorse questo viene nascosto dai grotteschi calcoli
macroeconomici basati sul PIL e sui principi ad esso collegati e, a sua volta,
nasconde il fatto che in realtà il prelievo fiscale ha come scopo principale quello di
pagare gli interessi sul debito pubblico, di cui si è già detto.
In effetti gli sprechi e la mala utilizzazione della spesa pubblica, spesso enfatizzati,
secondo i principi keynesiani, dovrebbero comunque produrre ricchezza. Le scelte su
come utilizzare il denaro pubblico sono squisitamente politiche e certamente degne di
rilievo. Per esempio vale la pena di discutere se e quanto sia meglio destinare cifre
considerevoli al recupero di tossicodipendenti, e quanto poco invece alle vittime di
incidenti stradali. Oppure prendere atto che mantenere in carcere un delinquente costa
molto di più alla comunità che mandarlo con tutti i secondini e le loro famiglie a
Sharm-el-Sheik, in un hotel a cinque stelle, con corso di sub e gita in cammello
compresi. Non menzioniamo poi gli innumerevoli casi di sprechi della sanità e della
scuola. Tutto questo è in ogni caso, che si sia d’accordo o meno con Keynes, assai
meno grave del fatto, accuratamente nascosto, che gran parte del prelievo fiscale
finisce in cassa alle banche, a pagamento di un debito eterno e sempre più grande.
Un’altra considerazione importante è che le imposte dirette pagate dai dipendenti
pubblici nonché i versamenti INPS, INAIL ecc ,vengono calcolate nel novero
complessivo delle imposte, ma non rappresentano in realtà un vero trasferimento di
ricchezza a favore dello Stato, ma semplicemente un minore esborso di spesa
pubblica.
Se consideriamo inoltre che la grande industria spesso usufruisce (ed è l’unica a
poterlo realmente fare) degli sgravi fiscali e degli altri benefici dei cosiddetti
ammortizzatori sociali, possiamo tranquillamente affermare che gli unici che
forniscono moneta sonante alle casse dello Stato sono la massa di piccoli
commercianti, artigiani, professionisti e piccola imprenditoria in genere, solitamente
additati al pubblico ludibrio come evasori e vera causa del malessere economico
della nazione.
La caccia all’evasore è infatti sempre più simile alla medievale caccia all’untore che
causava le pestilenze. In un sistema tributario stritolante come quello attuale la lotta
all’evasione non solo è irrealizzabile, ma è anche controproducente perché gran parte
dei contribuenti reali, cioè quelli poco sopra elencati, possono sopravvivere solo
dribblando in qualche maniera le normative, e non solo quelle fiscali. Aumentare la
stretta non comporta necessariamente un aumento delle entrate, il più delle volte
aumenta solo i contenziosi, e causa la chiusura di parecchie attività che stanno a
malapena a galla, con conseguente riduzione del gettito fiscale e aumento dei costi
sociali.
Eppure è enorme la grancassa che si fa per additare al popolino il nemico nascosto
nell’ambulante disonesto o nel tassista esoso, quali cause del tracollo economico.
Particolarmente grottesca è stata la polemica, tutta italiana, in seguito all’introduzione
dell’euro, volta ad accusare proprio queste categorie degli enormi problemi
economico-finanziari causati alla nazione dal cambio di moneta e soprattutto dalla
perdita di possibilità di gestione della medesima. Tutti i partiti hanno scelto o di
negare che esistessero problemi o di accusare i venditori di verdura di speculare sul
prezzo delle patate e/o le autorità di non aver accuratamente vigilato e perseguito
questi cialtroni, affamatori del popolo. Lo stato confusionale in cui vivono ormai gli
italiani ha fatto sì che molti ci credessero davvero.
Negli anni sessanta e ancora in parte negli anni settanta era possibile, di tanto in
tanto, effettuare una stretta fiscale sul piccolo commercio, perché questo aveva
margini abbastanza ampi per sopravvivere. Oggi è talmente schiacciato da
imposizioni burocratiche e fiscali, che non può più nemmeno permettersi il lusso di
tentare di corrompere i funzionari che accertano i reati. Persino la malavita ha ormai
smesso di taglieggiare i commercianti per dedicarsi ad attività più lucrative.
Abbiamo raggiunto una moralizzazione di massa per scarsità di risorse..
Bisogna inoltre considerare il costo per estorcere ai cittadini tutti questi danari, in
maniera così farraginosa. Questo costo è anch’esso a carico dei cittadini, che devono
pagare degli specialisti per poter pagare correttamente le imposte di cui vengono
gravati, basti pensare ai meccanismi contorti delle esenzioni. Nonostante questo resta
comunque un costo elevato a carico dello Stato che utilizza decine di migliaia di
dipendenti ed enormi risorse per dare la caccia ai famigerati “evasori”.
L’abolizione dell’intero Ministero delle Finanze probabilmente darebbe un risparmio
molto superiore e certo alle presunte maggiori entrate della cosiddetta lotta
all’evasione.
Considerato quello che gli italiani pagano in tasse e in spese per pagare le tasse,
possiamo dire di vivere in una forma sociale che, senza essere capitalismo e meno
che mai libero mercato, è il capovolgimento del socialismo. Nel socialismo tutti
lavorano per lo Stato e lo Stato paga i cittadini, nell’”italianismo”, i cittadini lavorano
per conto proprio e danno tutti i loro soldi allo Stato.



L'Opinione