L'Opinione

Economia e finanza

Se definiamo economia l’insieme delle attività produttive e distributive di una
nazione e per finanza la fornitura di risorse monetarie che l’economia richiede, si
definisce automaticamente la dipendenza della prima dalla seconda. La finanza in
realtà dovrebbe essere solo uno degli aspetti dell’economia, invece è assurta a entità
propria e addirittura padrona incontrastata dell’insieme di cui dovrebbe far parte. La
finanza fornisce i mezzi all’economia e stabilisce i ritmi e i tempi in cui l’economia
dovrebbe funzionare. E’ la finanza che, assurdamente, stabilisce il valore
dell’economia.
L’esempio più evidente è il mercato azionario, dove le aziende sono sopravvalutate
rispetto a quanto producono. Il valore complessivo delle azioni di una S.p.A. quotata,
supera di dieci, venti ed anche più volte il fatturato annuo della medesima (sul
mercato americano si arriva anche a diecimila), il che è un po’ come dire che una
cartoleria che fattura 60.000 euro all’anno, ne vale da 600.000 in su. La cosa più
sorprendente è che questa stima muta di valore in continuazione, da un giorno
all’altro, addirittura da un minuto all’altro e il più delle volte senza una ragione
concreta evidente.
La gente si è abituata a questa follia e non ci trova niente di strano, anzi nei
momenti di euforia, in cui la Borsa sale indistintamente, partecipa in massa alle
operazioni finanziarie, contenta sia dei guadagni che della sensazione di essere al
timone dell’economia.
I movimenti finanziari fanno parte del bilancio di molte imprese, anzi le maggiori
hanno creato divisioni finanziare apposite e spesso le hanno separate dal corpo
dell’azienda. Queste poi, oltre a speculare sul mercato esterno, acquistano ampie
quote della casa madre e addirittura la finanziano. Il sistema delle holding fa si che
un’azienda spezzetti i suoi rami produttivi in numerose, talvolta anche decine,
aziende indipendenti che si possiedono, almeno in parte, a vicenda, aggiungendo
anche aziende, di fatto, totalmente improduttive il cui fatturato è dato dalla gestione
del fatturato altrui. Il risultato è una moltiplicazione del valore apparente dell’intera
struttura ed una ottimale ripartizione degli importi contabili. Queste aziende pagano,
se li pagano, dividendi ridicoli in rapporto al valore delle azioni e possono spostare a
piacere profitti e perdite da una parte all’altra sia per ridurre le imposte, sia per
drenare liquidità sul mercato. Gli utili infatti non vengono dalle attività di produzione
e vendita, ma dalle plusvalenze azionarie.
Ipotizziamo una società, facciamo un esempio con cifre di fantasia, che produce un
bene reale, diciamo bulloni, che vale un milione di euro, ne fattura altrettanti all’anno
e ne ricava centomila, dopo averne pagato cinquantamila di tasse . Trasformandosi in
una holding e per l’effetto moltiplicatore della Borsa, vale dieci o venti volte di più,
non paga tasse perché risulta in perdita o in pareggio e i suoi azionisti possono, con
spostamenti delle loro stesse azioni, prelevare anche un milione l’anno in
plusvalenze. Poiché esistono numerosi altri strumenti finanziari, a cominciare dalle
obbligazioni, su questa situazione si inseriscono speculatori di professione,
generalmente istituzionali, cioè istituti di credito, fondi ecc, che ricavano utili
unicamente dall’attività finanziaria.
In pratica dai centomila euro guadagnati fabbricando bulloni, una enorme struttura
parassitaria può arrivare ad accumulare utili di gran lunga superiori, non solo al
valore dei bulloni ma anche dell’azienda che li produce.
Secondo i sostenitori del sistema questo è un bene perché genera ricchezza e fa da
volano all’economia. Quanto sia effimera questa ricchezza lo dicono
inconsapevolmente i giornalisti quando, in seguito ad una giornata borsistica
negativa, dichiarano che sono stati bruciati un certo numero di miliardi. Questi
miliardi non esistono, così come non esistevano prima, ma come nell’esempio di
Wilcoyote, basta comportarsi come se esistessero per dargli consistenza. Quindi, se la
Borsa andasse sempre bene, tutti i problemi economici sarebbero risolti. Il guaio è
che la Borsa non può sempre crescere ed ha bisogno di cali periodici, che talvolta si
tramutano in crolli, affinché gli investitori possano drenare utili consistenti. Gli
speculatori professionali lo sanno e vogliono tenersi aperte le vie di fuga, per questo
hanno bisogno di poter operare su diversi mercati, in modo da poter scappare come
lepri al primo segno di crisi verso lidi migliori.
I movimenti in massa di capitali, di qua e di là per il mondo, in modo isterico ed
incomprensibile, causano scompensi sempre più devastanti ai Paesi coinvolti e non
hanno quasi mai realmente a che vedere con la situazione produttiva dei vari Stati.
Questi capitali vaganti sono generalmente internazionali, una gran quantità è di
origine e controllo USA, ma molti sono anche i capitali europei, giapponesi, cinesi,
arabi, russi tutti accomunati dal parassitico sfruttamento delle risorse dei vari Paesi.
La globalizzazione facilita gli spostamenti di capitale da una economia produttiva
all’altra e non a caso i principali fautori di essa sono uomini al servizio del sistema
finanziario.
La classe politica vive nell’incubo dell’abbandono dei capitali stranieri e, nelle
priorità nazionali, attrarre e mantenere queste capricciose fortune è uno dei punti
principali e diventa una corsa a proporre tassi di sconto elevati o una crescita
galoppante del PIL, che garantisca rendite al capitale.
A questi non interessa affatto la qualità dell’investimento, patate o pneumatici fa lo
stesso, basta che sia redditizio e solo finché è redditizio. In pratica gli sforzi della
classe politica, di qualunque Stato e di qualunque colore, vertono ad allettare le masse
monetarie e non le masse di cittadini, che anzi vengono spesso chiamati a “sacrifici”
per il bene del capitale.
La crisi della finanza viene poi pagata dall’economia produttiva, con le solite
politiche di “rigore”, di “risanamento” che sempre seguono le euforie borsistiche,
fino al prossimo momento di entusiasmo. Gli economisti dibattono sugli errori fatti e
sugli interventi da fare per rilanciare il Paese, il quale deve riscattarsi da non si sa
bene quali colpe e quindi deve espiare. Inutile dire che chi paga il conto è sempre il
ceto medio-basso, che si appiattisce sempre più verso il basso.
Un Paese in cui l’economia dipende totalmente dalla finanza è e resterà sempre
esposto a qualunque tipo di eccesso di speculazione, perché la finanza è
speculazione e non ha meccanismi efficaci di controllo, con buona pace degli
economisti.
L’economia infatti, nonostante tenti di travestirsi da scienza esatta, è solo una figlia
bastarda della filosofia. E’ vero che anche Platone, Aristotele, S.Tommaso d’Aquino,
Hume, Locke, solo per citarne alcuni, toccano problemi economici, ma solo ad
integrazione di concetti più ampi. Il mondo economico comincia a staccarsi da quello
reale alla fine del seicento con la creazione della prima banca centrale, la Banca
d’Inghilterra nel 1694. Prima i banchieri erano solo dei prestasoldi. Esistono varie
scuole di pensiero economico tutte più o meno fallaci, eppure gli uomini più
importanti dei governi sono quelli che si occupano di finanza, a cominciare dal
ministro del tesoro, che in realtà dovrebbe essere solo un ragioniere. Sempre più
spesso i principali uomini di governo provengono dall’area finanziaria, legata al
potere bancario, che ormai oltre a controllare (si fa per dire) l’economia, controlla
sempre più anche la politica. Questo è sicuramente uno dei motivi per cui la gente si
disinteressa di politica, perché la ormai la politica fa solo gli interessi delle banche,
cercando di far credere che quelli siano gli interessi di tutti.
Si dice che soldi facciano girare il mondo e la gente ha finito per crederci, ma non è
così. Le cose che facciamo si fanno anche per amore, orgoglio, paura, vergogna,
rabbia, esaltazione, fanatismo, vendetta, altruismo, curiosità, spirito d’avventura,
desiderio sessuale, odio, insoddisfazione, rivalsa, senso di giustizia,
autocompiacimento, sadismo, masochismo, ansia, istinto di sopravvivenza e mille
altri sentimenti ancora. E’ angosciante pensare che esistono ometti grigi che pensano
di muovere le nazioni e l’umanità che ci vive dentro, modificando le tasse, i consumi,
gli investimenti, in una sorta di grottesco Monopoli, secondo regole che non
funzionano mai.



L'Opinione