L'Opinione

Il Signoraggio

Quando l’imperatore Caracalla , nel 215 d.C., introdusse l’antoniniano, del valore
teorico di 2 denari, vi furono difficoltà perché la nuova moneta era in realtà di rame e
solo ricoperta da un sottile bagno d’argento e quindi aveva un valore intrinseco
inferiore al denaro d’argento. Questo fenomeno però, più che una inflazione vera e
propria, con aumento dei prezzi generalizzato, creò un semplice rifiuto della nuova
moneta, alla quale venivano preferiti i vecchi denari, tanto che ne circolavano
addirittura della repubblica, vecchi di oltre due secoli prima. Il problema fu risolto
riducendo gradualmente sia la quantità di denari in circolazione, sia la quantità
d’argento del denaro.
Un caso simile, più vicino a noi nel tempo, fu quando, nel 1980, la compagnia
telefonica italiana, la SIP, raddoppiò il valore del gettone telefonico da 50 a 100 lire.
All’epoca c’era appena stata una scarsità di moneta spicciola, per cui i gettoni
telefonici erano molto diffusi come valuta corrente. Ci fu un rifiuto iniziale a
considerare lo stesso pezzo di metallo raddoppiato di valore ma la cosa non durò più
di una settimana, chi aveva molti gettoni, cosa che accadeva prima che inventassero
le schede telefoniche e i telefonini, si ritrovò con il capitale raddoppiato. Il caso
inverso avvenne quando, nel 2002, con il passaggio dalla lira all’euro con valore
teorico e ufficiale era di circa 2000 lire, ma quello reale era di 1000 lire, la gente si
è ritrovata con i propri capitali dimezzati. E ha fatto molta più fatica ad abituarsi,
non fosse altro perché la versione ufficiale del valore della moneta era che i soldi
valevano come prima, anche se non sembrava a nessuno. Cornuti e mazziati. Oltre al
danno anche la beffa di sembrare deficienti.
Sono due esempi apparentemente opposti, nel primo caso c’è una deflazione, nel
secondo una inflazione, nel primo caso c’è un aumento generalizzato della ricchezza
detenuta, nel secondo un impoverimento, ma in entrambi i casi ci guadagna chi batte
moneta, perché in entrambi i casi aumenta il signoraggio o signoreggio che dir si
voglia.
Dopo Caracalla, fu forse l’imperatore Gallieno quello che più approfittò del
signoraggio, battendo, durante il suo breve e bellicoso principato, una quantità
enorme di antoniniani per coprire le spese militari, con un quantitativo sempre minore
d’argento.
L’esempio di Gallieno fu seguito da molti signori e signorotti medievali, che ne
fecero quasi un’istituzione, per pagare i mercenari nei momenti di crisi. Durante il
medioevo furono coniate monete così sottili da sembrare quasi trasparenti.
Il concetto è semplice ed è simile a quello del gettone telefonico, possedendo un certo
quantitativo di metallo pregiato, lo si trasforma in moneta battuta, dandogli il valore
che si vuole. La differenza tra il costo d’acquisto del metallo, più le spese di conio, e
il valore finale della moneta è il signoraggio. Se l’operazione veniva eseguita da
privati, la differenza veniva pagata al signore come tassa sul conio. Questa differenza
può essere minima o addirittura negativa (è il caso delle monete da 1 centesimo di
euro, che costano alla produzione 1,02), ma può anche essere enorme quando si tratta
di banconote oppure totale nel caso del cosiddetto signoraggio creditizio, quando
cioè si tratta di denaro elettronico, carte di credito, bancomat, scoperto su conto, ecc.,
che hanno costo di emissione pari a zero. Chi emette questo denaro, cioè le banche si
accredita l’ammontare dell’intero importo emesso.
Come si è detto in passato l’emissione di denaro era garantita da beni mobili,
soprattutto l’oro, ma anche beni immobili. Attualmente l’emissione di moneta è
garantita da titoli di Stato, cioè di debito pubblico.
Ogni moneta o ogni banconota che viene emessa è un debito che lo Stato ha verso le
banche centrali e questo è già abbastanza assurdo.
Se aggiungiamo che gli unici costi che ha la banca per l’emissione della moneta sono
quelli materiali di stampa, in genere piuttosto bassi, si giunge alla spaventosa
conclusione che
tutti i soldi in circolazione sono di proprietà delle banche e le banche,
anche quelle centrali, sono private.
Un esempio dei tanti modi in cui le banche emettono e si accreditano denaro, fu la
crisi degli spiccioli della seconda metà degli anni settanta: La svalutazione aveva reso
antieconomico coniare le vecchie monete e finché non terminarono i contratti in
corso si verificò una paurosa carenza di spiccioli. Le banche emisero allora dei
miniassegni di valori modesti, 50, 100 o 200 lire, che, seppure completamente
illegali, venivano accettati e scambiati come moneta. Nessuno sa dire con esattezza
quanti ne furono emessi, certo è che l’intero importo venne incamerato dagli istituti
di credito che non lo segnarono nemmeno nella contabilità. Il bello del signoraggio è
che è sostanzialmente invisibile.
La composizione azionaria della Banca d’Italia è segreta e già questo è abbastanza
curioso. Secondo Mediobanca, che fece indagini qualche anno fa, sarebbe composto
da Gruppo Intesa (27,2%) Gruppo San Paolo IMI (17,23%) Gruppo Capitalia
(11,15%) Gruppo Unicredito (10,97%) Gruppo Assicurazioni Generali (6,33%) INPS
(5%) Banca Carige (3,96%) BLN (2,83%) Monte dei Paschi di Siena (2,50%) Cassa
di Risparmio di Firenze (1,85%) RAS (1,33%) Gruppo La Fondiaria (2,00%) Gruppo
Premafin (2,00%) (della percentuale mancante non si hanno notizie). A parte l’INPS
sono tutte banche private. Con le recenti fusioni i due principali gruppi bancari
italiani, Intesa S.Paolo e Unicredit, oggi possiedono la maggioranza delle azioni. La
cosa non ha fatto grande scalpore e la gente in gran parte non lo sa. La banca d’Italia
è una azienda privata che si accreditava l’intero importo del debito pubblico e
gestiva, gestisce tuttora con minore autonomia, il sistema del credito in Italia. Dal
2002 l’emissione della valuta cartacea (non le monete che non rendono niente, anzi in
qualche caso ci si perde) è gestita in maniera del tutto autonoma dalla Banca
Centrale Europea, un altro organismo privato, di cui la Banca d’Italia fa parte,
e che si accredita tutto il debito delle nazioni che aderiscono all’euro. E lo
ridistribuisce tra i soci azionari, che sono anche banche centrali di nazioni, come
l’Inghilterra, che non fanno parte dell’euro e, giustamente non hanno nessuna
intenzione di entrarci.
Sempre che possano scegliere i governi e i cittadini e non le loro banche, come
purtroppo è.
Come se non bastasse la BCE da anche ordini, moniti e giudizi sulla politica dei
vari governi. Correttamente dal suo punto di vista, si preoccupa dei suoi interessi. Le
nazioni devono essere spremute senza ucciderle del tutto.



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