L'Opinione

La crisi del '29 e la grande depressione

Riassumiamo brevemente gli eventi. Nel 29 la Borsa di Wall Street registrò una serie
di perdite, a partire dal cosiddetto venerdì nero, che azzerarono o quasi il valore di
molte aziende che contavano di coprire con il portafoglio titoli la propria esposizione
verso le banche. Vi erano state avvisaglie, tra il 1918 e il 1929, di quanto poteva
succedere, ma proprio il fatto che furono superate creò la convinzione che il sistema
fosse solido. Per diversi anni una quantità sempre più anonima di capitale speculativo
si riversava in massa su settori dell’economia che promettevano incrementi
sostanziosi in tempi brevi e si ritirava altrettanto rapidamente se l’investimento non
era stato o minacciava di non essere così remunerativo, mandando in crisi il settore.
Una sorta di isteria finanziaria identica a quella che determina ancora oggi
l’andamento della borsa.
Questo denaro non esisteva nel 29, come non esiste oggi, perché autogenerato con la
moltiplicazione dei prestiti, come abbiamo visto nel capitolo precedente, per cui non
appena si diffuse una certa incertezza su quali settori investire, le vendite divennero
irrefrenabili e l’improvvisa mancanza di liquidità bloccò l’intera economia. Molte
aziende chiusero, non potendo far fronte agli impegni bancari e perché non riuscivano
a vendere i prodotti di cui avevano pieni i magazzini. Le banche fallirono perché non
potevano esigere i loro crediti mentre i risparmiatori, diventati disoccupati, ritiravano
in massa i loro risparmi per far fronte alle esigenze quotidiane.
Improvvisamente una nazione, gli Stati Uniti, ricchissima di ogni risorsa,
non riusciva più a produrre né a consumare nulla. Iniziò un decennio di
miseria inspiegabile, tecnicamente chiamata deflazione, i prezzi cioè
scendevano sempre più, anche al di sotto dei costi di produzione, ma
nessuno era in grado di comprare.
Questo non portò al tracollo generale solo perché l’Europa, uscita dalla prima guerra
mondiale, stava in condizioni ancora peggiori e anzi la crisi americana accentuò i
problemi europei. La Germania in particolare era appena uscita da una delle più
incredibili spirali inflazionistiche mai registrate. Un dollaro nel 21 valeva 81 marchi,
meno di due anni dopo ne valeva un milione. Nessuna manovra governativa aveva la
minima efficacia. A novembre del 23, l’inflazione finì di colpo e da sola: il
Reichmark si era autodistrutto. Il nuovo marco valeva mille miliardi del precedente
ed era garantito da beni immobiliari reali.
Il motivo dell’importanza della crisi del 29, per la quale è tuttora oggetto di analisi e
fonte di cruccio per quegli economisti tradizionalisti, che si scervellano a trovare
giustificazioni per il suo verificarsi e spiegazioni per garantire la sua eccezionalità e
non ripetibilità. Il motivo di tanta ansia è che la crisi del ’29 è la prima crisi della
storia dell’uomo causata da eccesso di produzione. L’umanità in millenni di storia
ha conosciuto numerose crisi ma tutte erano dettate da carestie, epidemie, cataclismi
e disastri ambientali, guerre e invasioni. Il crollo di Wall Street avviene invece in una
nazione prospera ed in pace, proveniente da un secolo di rivoluzione industriale e di
crescita galoppante e con la produzione industriale marciante a pieno ritmo. Con la
crisi del 29 crollano molti miti e fra i cadaveri rimasti sul terreno ci sono senz’altro
sia l’illusione di poter controllare l’economia dall’esterno attraverso provvedimenti
legali, sia il suo contrario, cioè che il mercato sia bastante a se stesso e trovi sempre
il giusto equilibrio da solo, con la legge della domanda e dell’offerta. Alla lunga ciò
è probabilmente vero, infatti dopo una decina d’anni l’economia si era lentamente
rimessa in moto. Il merito venne attribuito al presidente Roosvelt e al suo programma
economico chiamato “new deal”, anche se vi è parecchia discordanza su quale fosse
la mossa vincente. Roosvelt tentò parecchie manovre, come del resto aveva fatto il
suo predecessore Hoover, ma nessuna particolarmente efficace. In effetti,
consciamente o più probabilmente inconsciamente Roosvelt aveva capito che la crisi
era solo psicologica, poiché i beni reali e le risorse esistevano come esistevano prima.
Tutta l’economia moderna cammina su una montagna di soldi che non
esistono, così come Wilcoyote cammina nel vuoto. Se non se ne accorge va
tutto bene.
Da allora la finanza americana cominciò a registrare un dato, chiamato “fiducia dei
consumatori”, alquanto effimero da rilevare, ma estremamente importante per l’intera
economia. Si tratta di stabilire quanto Wilcoyote sia consapevole del vuoto sotto di
lui, perché da questo, più che da qualunque altra cosa dipende l’andamento della
nazione.
Roosvelt azzeccò il nome del programma, dicendo che gli americani avevano avuto
fino ad allora brutte carte in mano e che meritavano una nuova smazzata (a new
deal). Cominciò a rivolgersi alla nazione quasi quotidianamente alla radio in quelle
che chiamava quattro chiacchiere intorno al caminetto, dove spiegava i meriti, in
realtà quasi inesistenti, dei provvedimenti della sua amministrazione. Piano piano il
Wilcoyote americano cominciò a rivedere il terreno sotto i piedi e l’economia ripartì.
La conclusione sarebbe semplice: in una economia basata su beni irreali questi
eventi, con o senza una regia occulta, sono assolutamente inevitabili. Talvolta si
riescono a mitigare le conseguenze, talvolta no. Negli anni settanta in Italia ci fu una
spirale inflazionistica per la quale venne accusato l’aumento del prezzo del petrolio,
in seguito alla guerra dello Yom Kippur del 1973. In realtà la spiegazione è assai
debole perché l’aumento, che ,detto per inciso, non fu causato dalla guerra araboisraeliana
ma proprio dalla fine della parità aurea, ci fu in tutto il mondo senza che
avesse le stesse conseguenze.
La bolla speculativa delle borse nei rampanti anni ottanta terminò di colpo con il
crollo del 1987. Allora la cosa venne spiegata con il problema tecnico degli
automatismi degli”stop loss”. In pratica gli investitori stabilivano a quale cifra
minima era opportuno vendere in caso di andamento negativo. I computer dei brokers
eseguivano automaticamente la vendita quando la soglia veniva raggiunta. Una
azione in discesa che raggiungeva un punto di “stop loss” per una certa quantità di
investitori veniva travolta da una massa di vendite che causavano un ulteriore calo
che gli faceva raggiungere un altro livello di stop loss, con altre massicce vendite e
così via. Anche in questo caso la spiegazione non regge, questi meccanismi c’erano
prima e ci sono tutt’ora. La cosa più allarmante è che il sistema si basa molto
sull’isteria collettiva, più o meno pilotata, e come già Keynes notava, bastano eventi
favorevoli o sfavorevoli, anche slegati dall’economia, per ingenerare crescite o crolli.
In questo senso la vittoria ai mondiali di calcio del 2006 della nazionale italiana ha
sicuramente ingenerato un effetto positivo sul PIL, per quanto assurdo possa
sembrare. Del resto, come si è già detto il PIL è già assurdo di suo.
Il fatto è però che questi effetti positivi sono lenti a manifestarsi e in genere di
breve durata, mentre quelli negativi sono immediati, devastanti e lunghi ad
attenuarsi.
La verità è che in questo sistema di ricchezza finta, questo genere di crisi
continueranno ad accadere sempre con maggior frequenza e a periodi di depressione
sempre più lunghi si alterneranno periodi di euforia sempre più brevi.



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