L'Opinione

Il delirio del PIL e della crescita continua

La campagna elettorale del 2006 tra due schieramenti contrapposti si è basata più su
frazioni di cifre che su qualunque altro argomento. Non su una visione economica
diversa, ma sulla stessa immagine accettata di modello economico e le divergenze
erano sull’ammontare della percentuale di cui fosse o non fosse incrementato il
prodotto interno lordo (PIL) e/o il debito pubblico, dandosi del bugiardo a vicenda.
La gente ovviamente non capiva la ragione del contendere e tifava per simpatie
personali, come allo stadio.
In effetti l’essenza stessa e la relativa importanza di un PIL ( in inglese GDP,Gross
Domestic Product) e di un debito pubblico non veniva e non viene tuttora messa in
discussione da nessuno. Si tratta di una certezza assoluta, pilastro della scienza
economica, chiara e biblicamente certa come il sole che gira intorno alla Terra.
Eppure più di un Galileo è già spuntato, e non da oggi, a mettere in discussione
questo concetto. Il debito pubblico esiste già da un paio di secoli, mentre il PIL è
un’invenzione molto più recente che risale a meno di quarant’anni fa. E’ un’idea
stupida e dannosa anche se non più di quelle che l’hanno preceduta.
Ma che cos’è il PIL e, soprattutto, a che cosa serve? Per quale motivo dovremmo
preoccuparcene?
Il PIL, dal punto di vista della spesa dovrebbe essere la somma dei consumi, degli
investimenti e della spesa pubblica a cui si aggiunge il saldo delle esportazioni.
Consumi + investimenti + spesa pubblica + saldo export import = PIL
A mo’ di verifica si introduce un PIL dal punto di vista della produzione e cioè la somma del
valore aggiunto ( produzione- consumi intermedi) e delle imposte
VA (produzione-consumi intermedi) + imposte = PIL
e un PIL dal punto di vista dei redditi equivalente alla somme delle imposte con i
redditi da lavoro dipendente e i risultati di gestione.
Redditi + risultati di gestione + imposte = PIL
Senza entrare troppo nella questione limitiamoci a notare che, con il passare del
tempo, sono stati rilevati sempre più aspetti grotteschi in questi calcoli. Rinviamo chi
fosse interessato alle numerose voci critiche che si sono levate su questa ipotesi di
calcolo della ricchezza di un Paese.
Vediamo perché.
In primo luogo queste somme sono molto empiriche, a dispetto della loro presunta
matematicità e il loro calcolo non può avere la precisione che viene sbandierata.
Poiché dal Pil partono tutta una serie di concetti macroeconomici, anzi possiamo dire
che l’intera economia politica parte e gira intorno al PIL, i tentativi di rendere una
scienza esatta dei concetti vaghi portano a delle equivalenze che lasciano perplessi.
Cito ad esempio l’equivalenza risparmio = investimenti, già assai discutibile da sé,
che diventa del tutto incomprensibile nelle equazioni macroeconomiche, dove quanto
più si riduce il risparmio, quindi si aumentano i consumi, tanto più cresce la ricchezza
nazionale.
In pratica si afferma solennemente che riducendo gli investimenti si aumenta il PIL,
salvo poi auspicare politiche che incentivino gli investimenti. Oppure la tanto
auspicata riduzione della spesa pubblica, visto che la stessa spesa è una voce del PIL,
porta ad una RIDUZIONE di questo.
Le assurdità del PIL sono innumerevoli. Contro ogni buon senso il PIL somma
benefici e danni. Ad esempio il fatturato dell’estrazione del petrolio viene sommato
ai danni che la ricerca del petrolio causa. Un incidente stradale, con le attività
economicamente remunerative che comporta (soccorso e cure ospedaliere ai feriti,
sgombero e demolizione carcasse, riparazione dei danni, cause legali ecc) causa un
amento del PIL. Se un bosco viene abbattuto per produrre carta igienica o per farci un
parcheggio il PIL cresce senza considerare il deprezzamento ambientale del
disboscamento. Alcuni analisti hanno valutato che se i danni venissero sottratti e non
aggiunti, l’aumento del PIL che si è avuto negli Stati Uniti a partire dagli anni
settanta, da quando cioè è nato il PIL, si avrebbe un drastico peggioramento della
qualità della vita e non il presunto progresso evidenziato dai dati.
Assai paradossalmente se aumenta la criminalità aumenta anche il PIL e quindi si
tratterebbe di un dato positivo per gli economisti.
Il PIL non tiene in alcun conto il lavoro gratuito come quello domestico o il
volontariato, pur avendo questi un importante peso nell’economia della nazione (in
Italia ci sono oltre un milione di volontari che svolgono ogni tipo di assistenza).
Ovviamente non considera nemmeno tutto il lavoro nero e l’economia sommersa, per
cui basta che una certa parte di economia si sommerga o riemerga, generalmente a
causa della pressione fiscale, e il PIL si modifica.
E’ anche parecchio discutibile il calcolo del valore aggiunto, che si fa sottraendo i
consumi intermedi dalla produzione. Generalmente vengono considerati intermedi
quei prodotti e servizi resi ad altre aziende e non al consumatore finale, ma questo è
aleatorio. Le persone devono mangiare, vestirsi e spostarsi per poter produrre e
quindi anche i loro consumi sarebbero da considerare intermedi, ma se venissero
sottratti, il PIL si ridurrebbe al solo valore delle imposte.
Non sarebbe un gran danno se intorno al PIL ed alle sue presunte certezze non
ruotasse sempre più la vita politica del nostro Paese e del resto del mondo
Nel 1987 vi fu il clamoroso sorpasso dell’Italia sulla Gran Bretagna che scese dal
quarto al quinto posto nel campionato del mondo dei PIL.
Ci fu tifo da stadio e proteste della Thatcher che accusò gli italiani di avere barato.
Che cosa era successo? Semplicemente che Bettino Craxi pensò di rivedere alcuni
aspetti del calcolo dei parametri dell’ISTAT (ad esempio gli affitti degli alloggi) e il
PIL ottenne una rivalutazione spettacolare del 12% in un botto solo.
Successivamente la Gran Bretagna ci ha risuperati e ultimamente anche la Cina:
Anche in questo caso si è trattato di una revisione delle stime dell’Ufficio nazionale
delle statistiche di Pechino, che dalla sera alla mattina ha rivalutato il PIL del 16,8%.
Ci sarebbe da ridere se, dietro queste gag da avanspettacolo, non ci fosse la tragedia
della gente comune che scopre all’improvviso che non può più arrivare a fine mese.
Domenico De Simone , molto efficacemente, fa notare che un Paese felice, dove tutti
hanno tutto e non hanno necessità di produrre sempre di più, secondo i sacerdoti
della macroeconomia è un Paese in stagnazione, a crescita zero o addirittura in
recessione, con grande disperazione, allarme, strappamento di capelli e stracciamento
di vesti della classe politica, sindacati e giornalisti.
Viceversa un Paese coinvolto in una guerra devastante, a causa dei danni da
riparare, della spesa pubblica alle stelle per i costi militari, della produzione
industriale bellica galoppante è un paese con una economia galoppante e una
crescita strepitosa, un vero paradiso keynesiano.
Tutto questo per dire che i risultati che si ottengono solo semplicemente casuali, non
significano nulla e non rappresentano la realtà dei fatti.
Le voci che si levano contro il PIL e i suoi deliri pseudo-matematici sono sempre più
numerose ed autorevoli, tuttavia il concetto resiste ed sempre più sbandierato
diventando, curiosamente, uno degli argomenti cari agli economisti della sinistra ed
ai sindacati.
Ma perché abbiamo bisogno del PIL? E soprattutto perché deve sempre crescere?
Tutti sono in grado di comprendere che la crescita infinita non può esistere.
L’economista francese Serge Latouche afferma che i termini “sviluppo” e “crescita”
sono stati presi in prestito dagli economisti alla biologia, dimenticandosi che in natura
tutto ciò che cresce, necessariamente declina e muore.
O meglio, non tutto. Secondo l’economista indiana Verdana Shiva, lo schema della
crescita infinita è quello delle cellule tumorali. Abbiamo preso cioè come modello di
sviluppo la peggiore malattia, probabilmente anch’essa causata dal progresso
incontrollato dell’uomo.
Una famosa truffa che viene tutt’oggi ripetuta in varie forme, anche semilegali o
addirittura legali, è nota come “schema Ponzi”, da nome dell’italo-americano che per
primo la mise in atto all’inizio del novecento. Ponzi si faceva prestare dei soldi
promettendo interessi altissimi a breve termine, interessi che regolarmente pagava.
Inevitabilmente ebbe un crescente successo e sempre più gente voleva investire con
lui i suoi risparmi. In realtà Ponzi usava questi soldi per pagare gli interessi ai suoi
primi creditori, creando così una piramide con la base sempre più ampia. Ovviamente
quelli in fondo non avrebbero mai visto non solo gli interessi, ma nemmeno il
capitale versato. Ponzi contava di sparire col malloppo ma è stato probabilmente
tradito dall’avidità.
Lo schema Ponzi, praticamente una catena di S,Antonio, è stato più volte applicato in
seguito, cambiando nome e qualche sfumatura. Gli economisti lo conoscono
benissimo, salvo non riuscire, o non volere, rendersi conto che questo concetto si
applica perfettamente alla macroeconomia ed alla teoria dello sviluppo infinito. Se
tutto il mondo dovesse condividere il sistema di vita e di spreco del mondo
occidentale ci vorrebbero altri cinque o sei pianeti per sostenerlo. Ma c’è di più.
Oggi in Italia, e probabilmente in tutto l’occidente, si vive peggio che quarant’anni
fa. Il peggioramento è stato impercettibile nel corso degli anni, ma oggi è talmente
marcato che chiunque abbia vissuto abbastanza a lungo se ne rende conto e non è solo
nostalgia dei bei tempi.
Usando il PIL come termine di valutazione abbiamo creato un mondo isterico ed
orrendo.
La durata di utilizzo degli oggetti prodotti è sempre più breve, alcuni li compriamo e
li buttiamo via quasi immediatamente. In nome della crescita continua produciamo
sempre più roba e a ritmi sempre più ossessivi. Roba che acquistiamo e spesso non
utilizziamo, quindi che non genera un reale benessere, e che dobbiamo
successivamente smaltire come rifiuto. Gli oggetti devono diventare obsoleti
rapidamente per poter essere rimpiazzati in continuazione in nome dell’incremento
obbligatorio delle vendite. Spesso inoltre siamo costretti ad acquistare prodotti solo
per poter mantenere i ritmi produttivi. Automobili, computer e telefonini sono spesso
necessità di lavoro e non acquisti per scelta e aumentano di molto il costo della vita.
Se paragoniamo gli stili di vita di una famiglia degli anni sessanta o settanta e quelli
attuali la differenza salta agli occhi. Allora normalmente uno stipendio era sufficiente
e quindi solo una persona lavorava. Chi restava a casa, a quell’epoca quasi
esclusivamente le mogli, poteva occuparsi adeguatamente della gestione e della
manutenzione della medesima. Accompagnava i figli a scuola e faceva la spesa, a
piedi, nei negozi e mercati sotto casa. Il week-end, le feste e le vacanze si passavano
tutti insieme.
Oggi bisogna che entrambi i coniugi lavorino, quindi ci vogliono due macchine, e
bisogna parcheggiare i figli da qualche parte per almeno otto o nove ore, quindi
bisogna pagare asili, doposcuola e/o baby sitter. La spesa si fa all’ipermercato, che si
raggiunge con la macchina e fuori dalle ore di lavoro, che sono sempre meno ore di
ufficio, proprio perché sempre più attività necessitano di stare aperte 18 o 20 ore al
giorno sette giorni su sette. I coniugi spesso fanno turni diversi e si tengono in
contatto col telefonino. Non essendoci tempo per cucinare si comprano sempre più
piatti pronti e cibo spazzatura, comunque più costoso dei semplici ingredienti. Per
fare tutto si gira con le macchine tutto il giorno, pagando parcheggi, benzina, balzelli
e multe e creando inquinamento. Negli anni sessanta i poveri andavano in bicicletta e
i ricchi in automobile, oggi è il contrario.
Ma per quale motivo la produzione deve crescere in continuazione? E perché questa
baggianata viene sostenuta con tanta veemenza?
Per consentire al denaro di moltiplicarsi e a chi lo crea, lo vende, lo controlla, cioè
le banche, di lucrare enormemente. Il denaro non ha nulla a che vedere con la qualità
della vita o con uno sviluppo reale dell’economia, necessita solo dei presupposti per
riprodursi, cioè di gente , individui, aziende, nazioni, disposta o costretta ad
indebitarsi.



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