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L'Opinione

La mistica del lavoro


L’Italia è una repubblica fondata sul lavoro. Questa frasetta idiota, su cui nei decenni
si è ironizzato in molti modi, è l’art. 1 della Costituzione italiana.
Nasce da un compromesso tra la componente comunista della costituente, che
avrebbe voluto la definizione “l’Italia è una repubblica democratica dei lavoratori” e
la componente non comunista che ci vedeva la tipica definizione delle nazioni d’oltre
cortina.
In realtà nella sua apparente stupidità contiene un concetto largamente
condiviso da ogni forza politica di ogni colore e forse addirittura da ogni essere
umano: la sacralità del lavoro e tutto ciò che ne consegue.
La cultura dotta e quella popolare la celebrano da sempre in ogni modo.
Espressioni come: il lavoro nobilita, guadagnarsi il pane, chi non lavora non mangia
(o non fa l’amore, secondo Celentano), ora et labora, fino al tragicamente noto “arbeit
macht frei” - il lavoro rende liberi - che campeggiava nei campi di sterminio nazisti, manifestano un concetto
inconsciamente e generalmente accettato.
Perché dobbiamo lavorare? Per mangiare? Questo è sicuramente vero per le civiltà
contadine dove se non si semina e non si munge non si produce cibo, non lo è per le
moderne civiltà occidentali, dove la tecnologia consente ad una frazione minima della
popolazione di produrre cibo in abbondanza per tutti e addirittura in largo eccesso,
tanto che una considerevole parte della produzione viene buttata o convertita. La
comunità europea stanzia fondi per NON raccogliere certi prodotti
dell'agricoltura. Ed alcuni astuti latifondisti campano di quelli.
Il fatto che siano necessari altri servizi per una vita confortevole nasconde la realtà.
La produzione industriale, sempre più automatizzata, non ha bisogno di molto
personale e gran parte dei servizi pubblici, quelli realmente utili, potrebbe essere
svolta da un numero infinitamente inferiore di persone.
Insomma nel mondo moderno non c’è lavoro per tutti, e questa dovrebbe essere una
gran bella notizia.
Non siamo più costretti a spezzarci la schiena per sopravvivere, ci siamo liberati della
schiavitù della dipendenza dagli eventi meteorologici, possiamo avere tutto quello
che ci serve ed occuparci delle cose che ci piacciono e cercare di migliorare il mondo.
Invece non sembra essere una buona notizia.
Non si può infrangere il tabù della necessità del lavoro, la nostra civiltà se ne nutre
pur se, paradossalmente, lo smentisce sempre di più. Non c’è politico di ogni colore e
di ogni nazione che non si spertichi a baccagliare sulla “salvaguardia del posto di
lavoro”, sulla necessità del “ rilancio dell’economia” per “incrementare lo
sviluppo” e di “aumentare la competitività” per garantire “la piena
occupazione”.
Tutti dobbiamo essere “occupati”. Le lotte sindacali sempre più vertono sulla
garanzia dell’occupazione, proprio quando le aziende, per “rilanciare l’economia”
e quindi “aumentare la competitività”, riducono il personale.
Gli inutili dipendenti devono essere ricollocati, questa è la cosa più importante, e
fare qualunque cosa purché abbiano qualcosa da fare.
Questo non solo perché attraverso il lavoro ottengono i mezzi per partecipare al
consumo di quanto viene prodotto, ma soprattutto perché l’occupazione, per balzana
ed inutile che sia, garantisce loro un minimo di dignità sociale.
La ricerca del lavoro da parte di chi non ce l’ha, o peggio ancora, l’ha perso, è sempre
più angosciosa e sempre più frenetica man mano che i lavori veramente disponibili si
fanno sempre più rari. I governi barano in tutti i modi per dimostrare che
l’occupazione cresce o almeno, non diminuisce, le opposizioni contestano i dati, ma
tutti concordano sulla necessità di aumentare i posti di lavoro. Non importa per fare
cosa. Così la gente lotta per la propria schiavitù ed ha paura di perderla.
Nel film “Queimada” Gillo Pontecorvo fa fare a Marlon Brando un azzardato
confronto tra il matrimonio e la schiavitù per convincere i governatori dell’isola ad
abolirla. Tolti gli aspetti sentimentali che non ci interessano, dice Brando, molto
meglio una prostituta che una moglie, per lo stesso motivo meglio un operaio che uno
schiavo.
Recenti studi, che valgono quel che valgono, hanno dimostrato che i proprietari delle
piantagioni americane spendevano più per gli schiavi, prima della guerra di
secessione, di quanto avrebbero speso dopo per pagare dei braccianti.
La sinistra ha qualche difficoltà concettuale ad adeguarsi alla situazione. Avendo
diviso il mondo in lavoratori, ovviamente dipendenti, che sono necessari, e padroni
sfruttatori che non sono necessari, non sa come comportarsi con la figura del
lavoratore inutile e indesiderato. I sindacati la ignorano semplicemente e, d’altro
canto, non potrebbero fare diversamente. I politici no, perché questa massa crescente
sono pur sempre votanti, anche se, essendo esclusi dall’importantissimo processo
produttivo, si sentono esclusi anche dalla società e tendono a disinteressarsi dei suoi
riti, come il voto.
La destra monetarista invece manifesta fiducia estrema nel libero mercato che salva
tutto. La concorrenza, la legge della domanda e dell’offerta sposteranno masse di qua
e di là, ma alla fine tutto si riequiliberà. Quindi quando i parassitari dipendenti
saranno pagati in base a quello che producono e non sulla base di quando hanno
estorto i sindacati, la società garantirà benessere per tutti in maniera adeguata
all’impegno di ciascuno. Quindi chi non lavora e non ha benessere, in sostanza ha
quello che si merita.
Anche questa illusione sta per cadere, la gente che si sbatte disperatamente eppure
non riesce a provvedere a se stessa è sempre più numerosa e il libero mercato in
realtà non è così libero, anzi sta diventando sempre più ristretto.
Sta cominciando a mancare anche la speranza, l’aspettativa di migliorare in futuro o
di garantire ai propri figli una condizione sociale migliore.
Nel mondo passato la speranza di affrancarsi dal lavoro dipendente e migliorare il
proprio status era quella di mettersi in proprio. Oggi una quantità sempre crescente di
persone, stufa di spedire il proprio curriculum inutilmente in giro, ha tentato anche
questa strada, mettendo in campo le poche risorse di cui disponeva, generalmente
perdendole,ed ha saltato il fosso passando dalla parte dei padroni sfruttatori che si
arricchiscono e non pagano le tasse, secondo una certa ottica. Oggi, se escludiamo la
massa enorme di dipendenti pubblici, i lavoratori autonomi sono quasi più numerosi
dei dipendenti e, nella maggior parte dei casi, non hanno benessere, ne garanzie
sindacali e vengono stritolati dalla burocrazia.
Non possono nemmeno lamentarsi perché queste sarebbero le leggi del libero
mercato, al quale anche la sinistra moderata, abbandonata l’improbabile dittatura del
proletariato, sembra essersi convertita.
Un esempio lampante è stata nel 2006 la protesta dei tassisti contro il decreto, di un
governo di sinistra, che voleva liberalizzare la concessione di licenze. Senza entrare
nel merito del decreto e dare valutazioni, ciò che colpisce è stato il suo effetto sociale.
I tassisti hanno scoperto di non essere dei lavoratori, ma dei padroni arroganti, anzi
una potente lobby che impone il proprio interesse alla nazione, strangolandola.
Contro di loro hanno gettato sassi soprattutto chi in passato ha sempre difeso il diritto
allo sciopero e si sono scagliate contro le associazioni di consumatori, perché i
cittadini sono stati danneggiati dal loro comportamento.
In realtà, almeno nelle grandi città, pochi fanno il tassista per vocazione e la
maggioranza lo fa per necessità, non avendo trovato o avendo perso un altro posto di
lavoro. Si è indebitata per acquistare a caro prezzo la licenza di taxi che il decreto
avrebbe ridotto a valore zero e si sarebbe adeguata a fare qualche anno di vita dura e
modesti guadagni, aspettando di riprendersi l’investimento rivendendo la licenza.
Eppure hanno trovato scarsa comprensione.
Di per sé il concetto è giusto: in un libero mercato, chiunque abbia voglia di fare il
tassista dovrebbe poter scrivere “taxi” sulla propria macchina e praticare i prezzi che
vuole, il fatto è che in realtà questo genere di libertà porta inevitabilmente a
immense concentrazioni che poi impediscono a chiunque altro di competere.
In poche parole il libero mercato, se non viene protetto, non resta libero a lungo.
Ad un momentaneo improvviso aumento dell’occupazione segue inevitabilmente un
crollo della medesima e questo perché nessun libero mercato può garantire lavori non
realmente necessari e questo contrasta con la necessità di far lavorare tutti.
Oggi qualunque provvedimento comporti, anche solo potenzialmente, l’aumento di
un unico posto di lavoro, non importa a quale costo, viene sbandierato dai governanti
con grande enfasi, un piccolo passo avanti verso il grande sogno: la piena
occupazione. Una volta il paradiso era il posto dove nessuno doveva lavorare oggi
sembra il contrario.


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